Da Pinerolo a Rosario, Argentina, 1951
Io sono Mirella G., sono nata in un paesino del Piemonte che si chiama Trivero, provincia di Vercelli [ora di Biella], il 15 agosto 1929. Sono cresciuta a Pinerolo, circa 26 chilometri da Torino.
Quando la guerra finì, avevo quattordici anni. Poi ho trovato lavoro in una fabbrica tessile, allora avevo 19 anni e mia sorella Adriana solo 15, anche lei lavorava, ma da un’altra parte. Eravamo ancora denutrite, anche se potevamo mangiare relativamente bene, pur nelle privazioni e nella penuria del dopoguerra. Gli anni di fame avevano lasciato i loro segni. Alzarci di costava, con Adriana andavo sino alla stazione e prendevamo in direzioni opposte il “trenino” che ci portava al lavoro. Per entrambe era uno sforzo salire quei grandi gradini. Non ho mai più voluto fare quel tragitto con quel treno.
La decisione di partire
Vanni Blengino, racconta la sua esperienza. Da Montà d’Alba a Buenos Aires, nel 1950.
L’interesse sull’argomento [migratorio] era inevitabile in quanto ero stato soggettivamente coinvolto nell’anno 1950 dalla decisione dei miei genitori, per me arbitraria, di emigrare. Erano gli anni bui del dopoguerra quando il governo italiano si dava da fare perché il maggior numero possibile di cittadini cercasse lavoro e fortuna altrove, preferibilmente nelle Americhe.
La partenza
Siamo partiti [per l’Argentina] nel 1951. Mia madre e mio fratello rimangono in Italia. Mio padre e noi femmine siamo venuti in Argentina. Non voglio ricordarmi quella mattina, non voglio ricordarmi le valigie allineate di fronte a casa, pronte per la partenza per Torino. Ancora mi fa male ricordare l’immagine di mio fratello e della sua bicicletta, che rimanevano là per sempre.
Così una donna descrive la partenza da Genova nel 1950
Partimmo alle sette del mattino con la corriera e poi il treno da Monchiero, Savona, Genova. Mia madre mi metteva fretta ma io non riuscivo a staccare lo sguardo dallo sferisterio, dove giocavamo a pallone elastico.
Quando la nave partì da Genova, dal ponte dei Mille, mi trovavo a poppa con una decina di uomini ad osservare le luci del porto che si allontanavano. Fu una gara di resistenza. Poi un omone, una specie di gigante, sembrò quasi sorpreso dalle lacrime che gli segnavano le guance, e molti si soffiarono il naso con gesti complicati; dopo un po’, con vari pretesti, il ponte fu abbandonato da tutti.
La nave
La Giovanna Costa era un bastimento da guerra giapponese, acquistato dalla compagnia Costa che in quegli enormi dormitori con letti a castello di tre piazze ammucchiavano uomini e donne, non più in attesa dello sbarco a Pearl Harbor, ma a Montevideo, a Buenos Aires. Sul bastimento si era creata una piccola élite fra ufficiali, qualche borghesuccio e alcune belle donne.
I disagi del viaggio, l’alimentazione che dopo quindici giorni nauseò tutti quanti (il viaggio durò più d’un mese), la convivenza forzata, favorivano le cospirazioni. E grazie alla cospirazione si costruì l’unità italiana fra nord e sud.
