Il Piemonte nella grande emigrazione

Nelle pianure del Piemonte l’epoca delle grandi migrazioni si aprì solo intorno alla metà del XIX secolo e, soprattutto, dopo l’unità d’Italia con il grande esodo concentrato negli anni fra il 1876 e il 1930.

Il gruppo di migranti più numeroso nel corso dell’Ottocento fu quello degli operai addetti ai lavori di costruzione delle grandi ferrovie, dei taglialegna, che fecero anche da battistrada dell’esodo verso l’Australia, e dei venditori ambulanti. Soltanto alcune specializzazioni artigianali seppero resistere più a lungo alla sfida posta dal confronto con la produzione industriale, come accadde per gli ombrellai, gli spazzacamini o gli arrotini, presenti nelle città europee e americane fin dopo la Seconda guerra mondiale.

Anche durante la grande emigrazione si ebbe lo spopolamento delle montagne e la femminilizzazione del lavoro agricolo. L’assenza degli uomini portò, oltre che a un ampliamento dei ruoli femminili, all’acquisizione di competenze nuove. Le donne dovettero occuparsi delle transazioni immobiliari e finanziarie, della gestione delle risorse della famiglia e delle reti del credito, nonché della stessa organizzazione comunitaria.

In Francia La vicinanza territoriale fece sì che la Francia costituisse la meta privilegiata dei flussi stagionali e temporanei soprattutto in certe zone dei confini alpini e nel Sud-Est, come il Nizzardo e la Savoia. Tra la fine dell’Ottocento e la Seconda guerra mondiale, la Francia accoglie poco meno di un milione di cittadini piemontesi, provenienti dalla pianura, dalla collina ma, soprattutto, dalla montagna.

Nel 1876, sul totale dei 34.509 emigranti italiani diretti in Francia, 21.233 provengono dal Piemonte, che ha nelle province di Torino e Cuneo le aree geografiche più rappresentate. Il numero dei piemontesi espatriati in Francia continua a restare su valori consistenti anche negli anni successivi, passando dai 10.000 del 1901, ai 19.000 del 1905, fino ad arrivare ai circa 15.000 del periodo precedente la Prima guerra mondiale.

Tra il 1886 e il 1911, all’aumento degli italiani fece da contraltare la decrescita delle altre popolazioni immigrate. Gli italiani in Francia passarono dalle attività e dalle occupazioni più tradizionali alla grande industria e alle miniere, con una profonda trasformazione della stratificazione sociale. Proprio allora si verificarono gli episodi di più accesa xenofobia, come l’ eccidio di Aigues-Mortes. Nel momento in cui gli italiani uscivano dal loro ghetto occupazionale tradizionale, per entrare in nuovi tipi di mercati del lavoro, suscitavano forti opposizioni da parte dei lavoratori francesi. Tra le province, quella di Cuneo appare la più rappresentata, con il 62,2% di emigranti, con un alto tasso di presenze femminili.

Altre mete migratorie Svizzera e Germania sono stati gli altri paesi verso i quali si diressero i flussi migratori piemontesi che, in ambito extraeuropeo, ebbero come mete finali l’Argentina, il Brasile, gli Stati Uniti e l’Australia. In Brasile tra il 1910 e il 1927 giunsero dal Piemonte poco più di 20.000 persone; negli Stati Uniti arrivarono tra il 1880 e il 1915, circa 150.000 persone. Nella seconda metà degli anni Venti, i piemontesi iniziarono a dirigersi anche verso nuove mete, Venezuela, Cile e Uruguay e alcuni paesi dell’Africa. In Australia i piemontesi si sonodistribuiti in tutti gli stati, prevalentemente nel Queensland dove tra il 1910 e il 1916 essi rappresentavano il 31% sul totale degli italiani. Ad arrivare per primi furono i cercatori d’oro del Verbano e della Valdossola, seguiti da coloro partiti dalle province di Cuneo, Biella, Asti, Vercelli e Novara.