Valigia di pelle

Mi chiamo Valigia di pelle; sono nata lucida, oggi sono screpolata e consumata, ma sento ancora l’odore di corteccia e cera. Nata in una bottega di Biella, sono stata scelta all’inizio del XX secolo da una famiglia di piemontesi emigranti: padre Pietro, madre Maria, i figli Carlo e Elena, e la nonna Rosa. Io porto dentro di me i loro sogni, le dita macchiate di lavoro e le parole che non hanno trovato terra in Italia.

Partiamo dalle colline intorno a Biella: stipata su un carro, tra sacchi di granoturco e mercanzia, poi in treno. In nave, sotto la coperta, il respiro della famiglia si mescola al tonfo delle onde. Coi giorni che passano, gli odori soverchiano i profumi, fino a cancellarli.

Ellis Island: luci, controlli, domande in lingue diverse. Maria mi stringe tra le braccia e Carlo confonde il proprio nome con il numero di una camicia. Io trattengo le cartoline, i pezzi di casa, i segni incisi sulle mie fibbie. Sbarcano: la terra nuova li aspetta.

New York e poi Brooklyn: un magazzino stretto, porte sbattute, gente che corre. Io ne porto i segni: un timbro sull’etichetta, una foto infilata nel guscio, una vela di vernice che mi è rimasta addosso nel loro primo appartamento fatiscente.

Peripezie quotidiane: una notte di pioggia su un quartiere affollato, una fibbia saltata. I giorni scorrono, io servo in ogni trasloco.

Con il tempo, la famiglia cresce e gli abiti si consumano, ma io porto ancora i loro passi, le risate, le arrabbiature innocue. Sono diventata archivio di una traversata: dal Piemonte all’America, sogni cuciti a mano. Ogni volta che qualcuno mi aprirà, sentirà la storia di quei tempi: la valigia delle memorie piemontesi.