Una tovaglia

Siamo una tovaglia, dei tovaglioli. Siamo un corredo semplice, di povera gente, nati all’inizio del Novecento, tessuti di lino grezzo, cuciti a mano con cura. Non siamo preziosi, ma abbiamo visto e custodito molti pranzi: le domeniche in famiglia, le feste dei santi, i pasti semplici e quelli più importanti.

Quando la famiglia decise di lasciare il Piemonte per l’America, ci arrotolarono con delicatezza e ci infilammo in valigia insieme a pochi oggetti indispensabili. Non eravamo essenziali per vivere, eppure ci portarono con sé: in un mondo nuovo, avere una tovaglia e i tovaglioli significava poter ricreare la casa, mantenere il gesto familiare di sedersi insieme attorno al tavolo.

Arrivati nella nuova terra, nelle cucine strette e spesso umide dei quartieri degli emigrati, ci distesero su tavoli traballanti. Abbiamo accolto piatti fumanti di polenta e legumi, pane spezzato e minestre calde. Abbiamo visto mani stanche e mani giovani, bambini curiosi, risate e sospiri. Ogni piega dei nostri tessuti ha raccolto parole in dialetto piemontese e frasi nuove, mescolando il vecchio mondo con quello nuovo.

Abbiamo conosciuto macchie di sugo e acqua bollente, graffi e strappi, ma ogni segno racconta vita, lavoro e resilienza. Abbiamo osservato come il gesto semplice di apparecchiare il tavolo diventasse un rito di continuità, di affetto, di memoria.

Oggi siamo scoloriti, consumati ai bordi, ma non siamo inutili. Custodiamo memoria, storie di chi ha lasciato la propria terra con poco e ha costruito una vita nuova, dove anche un piccolo gesto come stendere una tovaglia dava conforto e stabilità.

Noi siamo tovaglia e tovaglioli. Dentro di noi vivono le vite degli emigrati piemontesi: nostalgia, speranza, fatica e la dolcezza dei gesti quotidiani che rendono una casa un luogo da chiamare “casa”, ovunque essa sia.