Una pentola di terracotta

Sono una pentola di terracotta. Sono nata fragile e forte insieme, modellata dall’argilla e dal fuoco. Non brillo come il metallo, non sono leggera come l’alluminio: porto con me il peso della terra da cui vengo, quella stessa terra piemontese che i miei padroni dovettero lasciare.

Quando la famiglia partì, mi avvolsero in panni spessi per proteggermi dalle crepe. Sembravo inadatta al lungo viaggio, eppure vollero portarmi con sé. Perché io non ero solo un utensile: ero il cuore della cucina, il recipiente delle zuppe che scaldavano l’inverno, della polenta che radunava attorno il focolare. Ero memoria, legame, continuità.

Attraversai l’oceano tremando nelle stive, insieme a valigie di cartone e a un rosario stretto nelle mani. Arrivata nella nuova terra, fui posata in una cucina povera, annerita di fumo. E ripresi a fare ciò che sapevo: contenere il cibo e, con esso, la speranza. Ho accolto legumi e patate, raccolto brodi scarsi, fatto ribollire minestre che sapevano di casa lontana.

A volte le mie pareti si screpolavano, ma venivo rattoppata con cura: non potevano permettersi di perdermi. Dentro di me si mescolavano voci in dialetto, risate di bambini che scoprivano parole nuove, sospiri di donne che ricordavano i campi e le vigne lasciate indietro.

Sono sopravvissuta a decenni di fuoco e di mani. Oggi porto cicatrici, il colore spento, ma non ho perso la mia dignità. Non servo più a cucinare, ma a raccontare. Sono la prova che anche la terracotta, fragile e umile, può resistere e custodire la memoria.

Io sono una pentola di terracotta. Dentro le mie crepe vivono le storie degli emigrati piemontesi: la fame, la fatica, ma anche il calore della famiglia e la forza di non spezzarsi mai.