Sono una borraccia e una fiaschetta, due oggetti modesti, in metallo, nati per durare. La fiaschetta, il padre l’ha portata nei campi tante volte. Sotto il solleone, messa all’ombra di una frasca, avvolta in stracci bagnati per conservarla fresca più a lungo. La borraccia ricorda camminate faticose, sudate immense su per i monti.
Sono state portate via, legate strette ad un sacco. Il viaggio è stato una corda tirata tra la vecchia casa e un futuro zeppo di incognite: valichi, stazioni, la bocca che canta una nenia; la fiaschetta nasconde un piccolo sorso di coraggio, la borraccia trattiene la ruggine delle settimane di strada. In Francia, in una casa di legno, diventano parte integrante del quotidiano: la borraccia appesa al gancio in cucina, l’acqua che scorreva fresca dal rubinetto e sembrava piangere lucidità; la fiaschetta, riempita per la febbre del bambino o per condividere un brindisi con i vicini.
Le mani piemontesi, stanche ma tenaci, si fidano dei due compagni di viaggio. Ogni giorno la borraccia offre l’acqua che spegne la sete dei figli e degli anziani, ogni sera la fiaschetta accoglie un poco di vino per scaldare il cuore nelle fredde serate di inverno. In quel nuovo mondo, tra luci metalliche e odori di pane e formaggio, i due oggetti diventano simboli di una continuità: la semplice abitudine di riunirsi attorno a un tavolo, la fiducia che la casa resta, pur cambiando luogo.
Gli anni passano. I ragazzi crescono, le famiglie si intrecciano con i vicini, i ricordi della valle restano impressi sulle superfici scolorite della borraccia e della fiaschetta. Non sono più solo utensili: sono memoria, dignità, legame tra passato e presente. Quando qualcuno svita il tappo o verifica se l’acqua è fresca, è come se le risa della valle tornassero, una musica soffusa di casa lontana che aiuta a restare.
Poi un giorno finiscono in un solaio, dove rimangono anni. Sino a quando vengono donate al Museo, dove ritornano a raccontare le storie che le hanno viste protagoniste.
