Sono un mattarello di legno, liscio e pesante, con due manici che sembrano piccole orecchie. La mia casa è stata una cucina che profumava di farina e di ricordi. Sono stato un compagno di viaggio di una famiglia di emigranti piemontesi, e ho attraversato un oceano intero dentro una cassa di legno.
La mia vita si è svolta sul tavolo. La madre mi afferrava con le sue mani, mani che sapevano di fatica e di amore, e mi premeva sull’impasto di farina, acqua, sale e, a volte, uova. Sentivo il suo respiro, la sua forza che si trasmetteva al mio corpo di legno. E con lei iniziavo la mia danza. Non una danza leggera, ma una danza di pressione e di pazienza, per trasformare un impasto in una sfoglia sottile e perfetta.
Non ero un oggetto di lusso, ma sono stato il cuore di una famiglia. Sono stato il custode di una tradizione di piatti preparati in casa con alimenti semplici. Ho visto la madre tirare la sfoglia per la pasta fatta in casa, per le tagliatelle della domenica, per i ravioli delle feste. Ho visto il padre, con i suoi occhi stanchi, guardarmi mentre lavoravo, e ho visto il suo sguardo illuminarsi quando il piatto era pieno.
Sono stato il confidente silenzioso dei loro sogni. Ho sentito le parole sussurrate, le preghiere per i parenti lontani, la speranza di un futuro migliore. Ho sentito il peso della nostalgia, ma ho anche sentito il calore di una famiglia unita, che non si è arresa.
Sono un semplice mattarello di legno. Ma la mia storia, la storia di un pezzo di legno, è la storia di una famiglia, la storia di una tradizione che non si è persa, che non si perderà.
