Mi chiamo trebbiatrice di mais. Sono nata alla fine dell’Ottocento, di legno robusto, con ingranaggi semplici ma efficaci. In Piemonte ero il cuore delle campagne d’autunno: dividevo i chicchi dalle pannocchie, che venivano inserite due alla volta dopo aver rimosso le foglie esterne; la manovella faceva girare dei dischi con dei rostri che staccavano i chicchi dal tutolo; un volano, posizionato sulla manovella, garantiva un movimento più fluido e costante. Separavo chicchi e tutoli, e osservavo mani callose muoversi instancabili. Non ero silenziosa, eppure ogni rumore del mio legno narrava fatica e vita.
Quando la mia famiglia decise di partire per l’America, fui smontata e trasportata con cura tra valigie e pochi oggetti indispensabili. Non ero leggera, né facile da trasportare, eppure mi portarono con sé: ero simbolo di lavoro e sopravvivenza, di come dai campi della valle si potesse trarre sostentamento e dignità, e di come la pazienza e la perseveranza fossero la vera ricchezza.
Arrivata nella nuova terra, fui rimontata in piccoli cortili e cortili di quartieri di emigrati. Il mais continuava a scorrere tra le mie scanalature, e io osservavo mani nuove, mani che imparavano a lavorare con cura, mani giovani che cercavano di capire i gesti di chi ricordava le montagne e i campi lontani. Ogni chicco separato era un pezzo di casa portato con sé, un legame tra il vecchio mondo e quello nuovo.
Ho visto fatiche e successi, risate e lacrime. Ho sentito storie raccontate tra un colpo di legno e l’altro, parole in dialetto piemontese che si mescolavano a lingue sconosciute. Ogni giorno che lavoravo ricordavo chi ero e da dove venivo: testimone silenziosa di coraggio e speranza.
