Sono un portacandele

Sono un portacandele, nato all’inizio del Novecento in una piccola bottega piemontese. Non brillo come argento, non sono grande né prezioso: sono semplice, di materiale povero, ma sono colorato, con la base solida e il bordo leggermente rovinato. Eppure porto con me la luce, quella che illumina case umili e cuori stanchi.

Quando la mia famiglia lasciò il Piemonte per attraversare l’oceano, fui avvolto in uno strofinaccio e messo nella valigia insieme a pochi oggetti indispensabili. Non ero indispensabile per vivere, ma lo ero per sopravvivere al buio e alla nostalgia: accendere una candela su di me significava ritrovare un pezzo di casa, il calore della famiglia, la certezza che anche lontano si poteva illuminare la propria vita.

Nei quartieri nuovi, tra strade strette e cucine anguste, fui posato sul tavolo. Ho visto mani tremanti accendere candele durante le preghiere, mani stanche cercare conforto nella luce tremolante dopo giornate faticose. Ho ascoltato parole in dialetto piemontese e frasi in lingue nuove, risate soffocate e sospiri di malinconia. Ogni candela che reggevo illuminava più della stanza: illuminava ricordi, speranze e la forza di ricominciare.

Con il tempo, mi sono annerito, i bordi si sono piegati e qualche graffio racconta il passaggio degli anni. Ma la mia funzione non è cambiata: porto luce e memoria. Sono testimone silenzioso di chi ha lasciato la propria terra, portando con sé solo ciò che aveva davvero valore.

Io sono un portacandele. Dentro di me vive la storia degli emigrati piemontesi: la paura, la fatica, ma anche la speranza e la volontà di non lasciarsi mai spegnere. Ogni luce accesa su di me è un filo che unisce passato e futuro.