Siamo delle trombette acustiche e un poggia ferro da stiro

Siamo delle trombette acustiche e un poggia ferro da stiro.

Ci teniamo compagnia da tempo immemore. Da quando Giovanni, un emigrato piemontese, se ne andò a trovare una nuova vita, pensate un po’, addirittura in Paraguay. Là aveva fatto fortuna, e da vecchio aveva voluto tornare a morire al paesello natio, Cercenasco. Ci aveva portato con sé, perché gli ricordavamo gli anni duri dell’emigrazione.

Ma ora ci presentiamo singolarmente.

Noi trombette acustiche siamo nate agli inizi del Novecento, semplici, di metallo lucido, collegate al furgone che trasportava merci e sogni. Non eravamo silenziose, eppure nemmeno fastidiose: eravamo la voce del mezzo, il segnale di presenza, l’avviso di vita e movimento sulle strade polverose dell’America.

Abbiamo percorso strade di montagna, vie polverose, piazze di villaggi addormentati, sentito risate e pianti, sospiri e promesse, annunciato il passaggio del furgone carico di valigie, pentole, tessuti e sogni. Ogni suono era musica di coraggio, di chi lasciava la propria terra per costruire un futuro lontano.

Arrivati in America, il furgone trasportava ancora tutto ciò che serviva a ricominciare: cibo, vestiti, strumenti di lavoro. Io vibravo per ricordare a tutti che anche in un paese nuovo, ogni passo poteva essere sicuro se ci si muoveva insieme. Con il tempo, la mia lamina si è ossidata, i miei colpi sono meno acuti, e il furgone ha ceduto spazio a mezzi più moderni. Ma non sono inutile: porto memoria, eco di viaggi lontani e della determinazione di chi parte con poco e costruisce tutto.

Noi siamo le trombette acustiche di un furgone. Dentro di noi vibrano le storie degli emigrati piemontesi: paura, coraggio, speranza, e il rumore gioioso di chi osa partire per inseguire la vita.

Io sono un poggia ferro da stiro. Anche io sono nato all’inizio del Novecento, forgiato semplice e resistente, con i miei piedini robusti per reggere il peso del ferro rovente. Non brillavo, non avevo eleganza: ero uno strumento umile, ma indispensabile.

Quando Giovanni decise di emigrare, fui avvolto in un panno e infilato nella valigia. Non ero grande, né fragile: mi portò con sé perché ero certezza. Con me, e con il ferro che mi accompagnava, si poteva presentare un abito in ordine, dare dignità a una camicia, mostrare decoro anche nella povertà.

Attraversai l’oceano in silenzio, tra valigie di cartone e sogni incerti. Nella nuova casa, piccola e fumosa, mi pose accanto alla stufa. E lì ricominciai il mio lavoro: sostenere il ferro arroventato, pronto a stirare le pieghe delle giornate difficili.

Io non cucinavo, non nutrivo, ma davo ordine. E in quell’ordine c’era rispetto: mostrarsi puliti e composti significava rivendicare dignità, anche lontano da casa.