Scodelle, tazzina e fuscelle (usate per produrre formaggio).
Nella stanza piccola della casa di Langhe, una tazza cantava piano, come se sapesse che il mattino sarebbe stato lungo. Accanto a lei, tre scodelle, una grande, una media e una piccola, si sussurravano tra loro: chi avrebbe sopportato il freddo dei giorni di viaggio, chi avrebbe accolto il latte che serve per la prima formaggella.
Le fuscelle, ordinate in fila sul tavolo. Tutte insieme, gli utensili sembravano una piccola brigata: la tazza, la preparazione; le scodelle, la memoria; le fuscelle, la promessa.
La famiglia piemontese, con le mani tremanti ma gli occhi lucidi, chiuse la valigia e fece scivolare le chiavi tra le dita. Il latte, raccolto al mattino, fu versato con cura nelle scodelle: l’odore dolce li accompagnò fino al confine. C’erano strade di ferro che tremavano sotto i passi di bambini curiosi, e la neve delle Alpi svizzere che sembrava aprire porte dritte al futuro.
In Svizzera, la cucina aveva soffitto basso e pavimenti freddi. Ma la tazza non era stanca: misurò il latte, calcolò il tempo, ascoltò lo sfrigolio del fuoco. Le scodelle accolsero il primo raccolto di ricotta e formaggio, mentre le fuscelle si accostarono, piano, a rendere gelose le forme, a dare loro una figura.
Con gli anni, la valle imparò a riconoscere quei suoni. La tazza fu sempre pronta a misurare, le scodelle a custodire, le fuscelle a raccontare. In esse era incisa la memoria di un viaggio, la storia di una famiglia che aveva lasciato le sue radici ma non la sua dignità. Così, le scodelle, la tazza e le fuscelle non smettevano di essere protagoniste: custodi di una tradizione che, partendo dal Piemonte, aveva trovato casa in Svizzera.
