Piccola Palla di metallo

Mi chiamo Piccola Palla di metallo, nata a cavallo tra l’800 e il 900, in un laboratorio di artigiani che plasmavano ferro, alluminio e piombo. Abitavo con una famiglia di contadini piemontesi, in una cascina dove l’unica stanza calda era la cucina; e la stalla, dove però stazionava un profumino che alla lunga diventava fastidioso e penetrava in tutti i vestiti!

Quando mi riempivano d’acqua calda e mi sigillavano, sentivo il calore diffondersi dentro di me, e il mio corpo diventava un piccolo sole. Così potevo scaldare letti gelidi, lenzuola che sembravano umide dal freddo. Al mattino ci si alzava dal letto e si vedeva uno strato di ghiaccio spesso un dito sui vetri, ma all’interno delle stanze!

Mi piaceva ascoltare il silenzio della notte, il respiro tranquillo di chi dormiva, e il lieve crepitio del fuoco lontano. All’alba ero pronta per essere riempita di nuovo, per continuare il mio piccolo ma prezioso servizio.

Un giorno la famiglia decise di emigrare in Argentina. Veniva dalle Langhe, artigiani e contadini legati alle tradizioni che avevano tenuto accesa la casa: il forno, il tavolo e la polvere sulle mani. Portarono me, insieme a una scatola di latta, tra valigie di legno e odore di polvere. Arrivarono a Buenos Aires, dove l’aria profumava di pane caldo, di vino e di nuove promesse. Nella casa nuova la mamma parlava una lingua mista, tra piemontese e spagnolo; i bambini correvano tra due lingue, imparando nomi diversi per la stessa cosa e scoprendo ritmi nuovi.

Da quel giorno, ogni notte il mio calore non scaldava solo un letto, ma custodiva ricordi: gnocchi al plin, bagna cauda nelle feste, Barolo e Barbera che raccontavano Alba e le colline, ora viste da una città che brillava di luci diverse. E io, Piccola Palla di metallo, rimasi fedele, trasformando il freddo in calore, notte dopo notte, inverno dopo inverno.