Piatto da portata

Mi chiamo piatto da portata, sono nato all’inizio del Novecento, in una bottega semplice, di ceramica robusta, senza decori preziosi ma con la dignità delle cose fatte per durare. Ero il piatto delle domeniche, delle feste piccole ma solenni, quando la famiglia si riuniva attorno al tavolo di legno.

Quando i miei padroni decisero di lasciare il Piemonte, fui avvolto in un panno e infilato nella valigia insieme a poche altre cose. Avrebbero potuto lasciarmi, troppo fragile per affrontare il viaggio. Eppure scelsero di portarmi: perché un piatto non è solo un oggetto, ma il centro della tavola, il luogo dove i cibi diventano condivisione.

Attraversai l’oceano tra valigie e speranze. Nelle cucine umili delle nuove case, fui posato al centro dei tavoli traballanti. Su di me arrivavano polente fumanti, minestre di legumi, pane spezzato. Non importava se il cibo era poco: quando mi riempivano, la famiglia tornava intera.

Ho visto mani callose servirsi con rispetto, bambini affamati contendersi l’ultimo boccone, donne sorridere nonostante la fatica. Ho ascoltato parole in dialetto piemontese e frasi in lingue nuove, mescolate come gli ingredienti dentro di me. Ogni volta che venivo messo a tavola, portavo con me il ricordo della casa lasciata e la promessa di una vita che continuava.

Col tempo mi sono scheggiato e ho perso il candore iniziale. Ma non fui mai buttato: una crepa non distrugge un piatto se quel piatto ha raccolto troppi ricordi. Oggi riposo in silenzio, più simbolo che utensile.

Io sono un piatto da portata. Dentro le mie cicatrici vive la memoria di chi partì con poco e ricostruì tutto attorno a un tavolo. Perché condividere il cibo significa sempre condividere la vita.