Piatti appartenenti a famiglie povere

Siamo piatti appartenenti a famiglie povere. Siamo stati riempiti migliaia di volte con le portate della cucina popolare piemontese. Nei giorni di festa, si cominciava dagli antipasti e dai condimenti: bagna caôda con verdure crude o cotte, vitello tonnato, insalata russa, che in realtà non era russa affatto! Poi i primi: tajarin al sugo, agnolotti del plin al sugo d’arrosto, risotto al vino. E i secondi: brasato al vino rosso, arrosto di vitello. Polenta concia, patate al forno o saltate, funghi trifolati o trifolati all’aglio. E per finire i dolci: bonet, baci di dama, torta Gianduja, e tante altre golosità.

Non è mai stata solo domenica, Natale o Capodanno, feste di comunione e battesimi. Nella vita di tutti i giorni ci riempivano di minestre, zuppe, verdure semplici, frittate. Qualche volta pollo, tacchino, pesce.

Poi, quando siamo arrivati in America, dopo il viaggio in nave, casa nostra è diventata una cucina che aveva visto tempi migliori, con un tavolo di legno scrostato. Non abbiamo avuto per lungo tempo un armadio dove riposare, ma uno scaffale che tremava ogni volta che si apriva la porta della stanza. Abbiamo vissuto la fame, ma anche tanto amore: le mani di una madre che ci poggiavano un pezzo di pane, e le dita di un padre che ci riempivano di un brodo che a volte era solo acqua calda.

La nostra vita, a differenza di quella dei piatti che stavano nelle famiglie ricche, non è stata piena di banchetti o feste. È stata dignità. Ogni giorno, la madre ci lavava con cura, strofinandoci con uno straccio ruvido. Abbiamo visto i figli crescere. Sono passati gli anni; i figli sono diventati adulti; sono nati i nipoti. Anche loro sono cresciuti.

Oggi le nostre crepe raccontano una storia: la storia di una famiglia che ha lottato, ma non si è mai arresa.