Mi chiamo Speranza

Mi chiamo Speranza. Una semplice caraffa di metallo smaltato. Non ho un’etichetta con il mio nome, me lo ha dato la madre, la donna che mi ha tirato fuori dalla valigia. Sono una caraffa di tanti anni fa, tante mani mi hanno tenuto. Sono uscita indenne da una caduta in un porto lontano. Ho visto tante case, l’ultima è stata una cucina che sapeva di spezie sconosciute e di fumo, in un quartiere rumoroso di una città lontana, in Cile.

Non contenevo vino, né liquori preziosi. Il mio cuore era pieno solo d’acqua. Un’acqua che sapeva di fatica, di tanti passi fatti per arrivare alla fontana, e poi al pozzo. Potrei raccontare tante storie, ma per ora ve ne racconto una sola. Ho viaggiato con la famiglia che è partita dal Piemonte per migliaia di chilometri. Ho attraversato il mare in burrasca e calmo. Ho visto mani stanche, dita gonfie dal lavoro in campagna e poi in fabbrica.

Mi ricordo gesti antichi, ricordo un tempo in cui la vita era più semplice, anche se più dura. Ho visto gli occhi dei bambini, che mi guardavano con un misto di curiosità e di speranza, e ho sentito le loro mani piccole che mi stringevano per bere.

La mia vita è stata un ciclo continuo di pieni e di vuoti. Mi sono svuotata di lacrime, di sogni e di sete. Mi sono riempita di entusiasmi giovani e di speranza.

Sono stata il testimone silenzioso di una famiglia di emigranti, un piccolo oggetto che racchiude un mondo intero di sacrifici, di nostalgia e di dignità.

Sono Speranza, una semplice caraffa di metallo smaltato. Ho visto la forza di una famiglia che non ha mai smesso di credere in un futuro migliore, in una terra straniera che, a poco a poco, è diventata la loro nuova casa.