Mi chiamo Bricolla

Mi chiamo Bricolla. Pesavo sulle spalle come una condanna e un giuramento insieme. Sono di legno, mi mettevano sopra sacchi, e tante altre cose ancora. Aiutavo a portare cose necessarie.

Ogni notte Marta, giovane donna di montagna, la caricava senza sapere se al mattino sarebbe tornata a casa. Dentro non c’erano soltanto sacchi di farina, stoffe o medicine: c’erano attese, promesse, il fragile filo della sopravvivenza.

Salire per la montagna, attraversare i boschi e i valichi di frontiera significava sfidare la fame, la neve, i gendarmi. Eppure lei, come gli altri passeur, non esitava: si muoveva silenziosa, con il fiato corto e le gambe che conoscevano ogni pietra, ogni ombra della valle. Io, con tutte le cose sopra, così pesante da piegare la schiena, diventavo leggera quando Marta pensava a chi l’avrebbe ricevuta. Ed erano tante le persone che Marta accompagnava oltre il confine. Chi andava per trovare un lavoro, che scappava per salvarsi la vita.

Essere passeur non era soltanto un mestiere proibito, era una forma di resistenza. Marta non trasportava soltanto oggetti, ma storie. Ogni carico era un frammento di vita, un tassello di dignità da difendere contro le leggi che chiudevano i passaggi e lasciavano i poveri senza respiro. Nel buio della notte, mentre il vento fischiava tra i larici, sentiva che non era sola: insieme a lei camminavano tutte le voci che le avevano affidato un pezzo del proprio destino.