Mi chiamo Argilla

Mi chiamo Argilla, ma sono nato dalla terra. Sono un vaso di terracotta, panciuto e robusto, con un collo corto e due piccole anse che sembrano orecchie. La mia casa è una stanzetta fresca e buia, dove il pavimento è di terra battuta e il profumo di umidità e fieno secco è la mia unica compagnia. La mia vita, la mia vera vita, è un’attesa.

La mia missione è semplice ma vitale: conservare l’acqua. Ogni mattina, le mani della madre, ruvide e segnate dal lavoro, mi afferrano e mi portano alla fontana. Sento il freddo dell’acqua che mi riempie, e in quel freddo c’è la speranza di una giornata intera. Sono un custode silenzioso. L’acqua che conservo non è solo per bere. Serve per lavare i volti stanchi, per cucinare la zuppa, per annaffiare il piccolo orto sul retro.

Non ho visto il mondo, ma ho sentito le sue storie. Ho sentito le risate dei bambini che giocano con l’acqua che verso, i sospiri di sollievo del padre dopo una giornata di fatica, e le preghiere silenziose della madre. Ho visto il riflesso delle loro vite sulla mia superficie liscia e porosa, un riflesso che racconta una storia di dignità, di fatica, e di amore incondizionato.

La mia superficie, un tempo uniforme, ora è segnata da piccole crepe, ma la mia dignità è ancora intatta. Sono un vaso di terracotta, ma in questo mondo di terra e fatica, sono l’unico a contenere l’essenza stessa della vita. Sono Argilla, e sono orgoglioso di aver custodito le lacrime e i sorrisi di questa famiglia, di aver contenuto la loro speranza, giorno dopo giorno.