Mi chiamo Argento, ma sono di metallo smaltato. Un nome altisonante per un oggetto umile, me lo diede la bambina di casa in Piemonte, prima di partire per l’Argentina, tanti anni fa, ne ho perso la memoria, quasi. Oggi sarebbe ultracentenaria, se fosse ancora viva. Sono un bacile, un contenitore per l’acqua, per lavarsi il viso, le mani. Ma il mio vero scopo è quello di custodire i segreti. La mia vita, a differenza di quella delle vasche da bagno delle signore, non era fatta di bagni lussuosi e di profumi, ma di acqua fredda, raramente tiepida, di sapone ruvido e di volti stanchi.
La mia giornata iniziava all’alba, quando le mani della madre mi riempivano d’acqua fredda, e finiva la sera, quando l’acqua che mi conteneva era ormai scura e intrisa di fatica. Ho visto i piedi sporchi di terra, le mani callose dal lavoro, i visi segnati dal tempo e dalla stanchezza. Ho visto il riflesso dei bambini che mi guardavano, con gli occhi pieni di sogni, e ho visto il riflesso dei padri che si radevano la barba, con un’espressione di serena rassegnazione.
Ho sentito le risate dei bambini che giocavano con l’acqua, il pianto soffocato di una madre preoccupata, e i sospiri di sollievo dopo una giornata di duro lavoro. Ho visto i volti invecchiare, i capelli diventare bianchi, le mani piegarsi. E ogni volta che mi svuotavano, sentivo che non stavo solo perdendo acqua, ma stavo perdendo un pezzo di vita.
La mia superficie, un tempo lucida e brillante, ora è opaca e qua e là con lo smalto saltato. La mia storia è scritta su di me. Sono il custode di una dignità semplice, di una quotidianità fatta di piccoli gesti, di fatica e di amore. Sono Argento, e sono orgoglioso di aver contenuto le lacrime e i sorrisi di tante famiglie, di aver riflesso la loro vita, giorno dopo giorno.
