Colino e grattugia di metallo. Nati all’inizio del Novecento, battuti e forati da un artigiano che conosceva il valore delle cose semplici. Non siamo eleganti, non brilliamo più come un tempo, ma portiamo i segni di chi ci ha usato con fiducia.
Siamo partiti con una famiglia piemontese: lasciò la valle per cercare fortuna in America. Ci chiusero in fondo a una valigia di legno, tra lenzuola grezze e foto in bianco e nero. Eravamo un filo che legava il nuovo mondo al vecchio. Quante cucine abbiamo visto: stanzette anguste dei quartieri degli emigrati, dove l’odore del caffè si mescolava al minestrone. Ma eravamo preziosi a modo nostro, utili, necessari.
Abbiamo ascoltato dialetti, risate di bambini che imparavano l’inglese. Io, il colino, ho visto lacrime cadere dentro di me, come se fossi un contenitore di ricordi. Ho resistito alla ruggine: ogni giorno qualcuno mi lavava, mi asciugava, mi teneva tra le mani con cura. Ora sono vecchio, segnato e storto. Non servo più per filtrare, ma per raccontare: testimone di chi ha lasciato la terra con cuore pieno di paura e speranza.
Io, la grattugia di metallo, non ero lusso ma strumento di casa e, per questo, fui portata con loro, ricordando i pranzi della domenica, il profumo del formaggio sulle tagliatelle. Il mare mi scosse, i porti mi videro passare come bagaglio anonimo. Ma nelle cucine dei quartieri emigrati trovai vita: appoggiata su tavoli storti, usata per grattugiare pane secco, formaggio portato di contrabbando, patate quando la nostalgia chiamava piatti nuovi. Le lame tagliavano piccoli pezzi; fame e speranza, insieme.
A volte, mentre graffiavo pane raffermo, le donne raccontavano della valle; altre volte ridevano, credendo che quel poco bastasse a fare festa. Il tempo mi ha consumata: i denti non sono più affilati, ma nessuno mi ha buttata via. Non grattugio più, custodisco. Memoria di mani che non ci sono più, di pasti poveri che sapevano di casa lontana.
Io sono una grattugia di metallo. Non preziosa, ma dentro di me vive la storia di chi ha lasciato tutto e ha portato solo l’indispensabile: forza, sapore, tenacia.
Io sono un colino di metallo. Non valgo molto, ma custodisco la storia: quella di chi portò la casa oltre l’oceano, goccia dopo goccia, lacrima dopo lacrima, come l’acqua che scorreva tra i miei buchi.
