Mi chiamo Cestino di vimini, e sono nato dalle mani nodose di un contadino, intrecciato lentamente con rami giovani di salice, piegati e fissati con pazienza. Ogni nodo è un respiro, ogni curva una carezza: porto in me la memoria della natura e l’arte antica di chi sa trasformare il legno giovane in compagno di vita.
Sono talmente vecchio che quasi non mi ricordo quanti anni ho. Sono stato creato in Piemonte, da salici che crescevano nella pianura accanto alle rogge.
Posso raccontarvi delle tante cose che ho contenuto: mele appena colte, rosse e profumate come l’autunno; altre volte pane caldo, ancora vivo del forno, uva da pigiare, castagne fumanti, erbe aromatiche e fiori di campo. Sono stato appoggiato ai piedi di donne stanche al mercato, usato come tavolo improvvisato nei prati, dimenticato accanto a una fontana dove i bambini giocavano.
Sono partito dal Piemonte e sono stato portato oltre le montagne, in Francia. Ho sentito parlare piemontese, italiano e francese.
Ho conosciuto mani giovani e anziane: dita veloci che mi riempivano senza badare, mani tremanti che mi accarezzavano con lentezza. Ho viaggiato sui carretti, sui treni, persino sulle spalle di chi partiva per il lungo cammino. Sono stato complice di feste, quando portavo frutta e vino, e testimone di miseria, quando contenevo appena qualche rapa.
Il tempo mi ha scurito, il vimini si è allentato, ma non mi vergogno: ogni graffio è una storia. Se potessi chiedere qualcosa, sarebbe solo di continuare a servire. Perché non sono un semplice oggetto: sono un grembo di legno e aria, intrecciato per custodire ciò che conta.
Io sono un cestino di vimini. E in ogni mia fibra vive il ricordo silenzioso della vita che ho trasportato.
